mercoledì 25 gennaio 2006

Dedicato a Claudia Benvenuta, che oggi compie dieci anni:)


Ecco alcune delle cose che ho imparato nella vita:


-Che non importa quanto sia buona una persona, ogni tanto ti ferirà.
E per questo, bisognerà che tu la perdoni.
-Che ci vogliono anni per costruire la fiducia e solo pochi secondi per distruggerla.
-Che non dobbiamo cambiare amici, se comprendiamo che gli amici cambiano.
-Che le circostanze e l'ambiente hanno influenza su di noi, ma noi siamo responsabili di noi stessi.
-Che, o sarai tu a controllare i tuoi atti,o essi controlleranno te.
-Ho imparato che gli eroi sono persone che hanno fatto ciò che era necessario fare, affrontandone le conseguenze.
-Che la pazienza richiede molta pratica.
-Che ci sono persone che ci amano, ma che semplicemente non sanno come dimostrarlo.
-Che a volte, la persona che tu pensi ti sferrerà il colpo mortale quando cadrai,è invece una di quelle poche che ti aiuteranno a rialzarti.
-Che solo perché qualcuno non ti ama come tu vorresti, non significa che non ti ami con tutto se stesso.
-Che non si deve mai dire a un bambino che i sogni sono sciocchezze:sarebbe una tragedia se lo credesse.
-Che non sempre è sufficiente essere perdonato da qualcuno. Nella maggior parte dei casi sei tu a dover perdonare te stesso.
-Che non importa in quanti pezzi il tuo cuore si è spezzato; il mondo non si ferma, aspettando che tu lo ripari.
-Forse Dio vuole che incontriamo un po' di gente sbagliata prima di incontrare quella giusta, così quando finalmente la incontriamo, sapremo come essere riconoscenti per quel regalo.
-Quando la porta della felicità si chiude, un'altra si apre, ma tante volte guardiamo così a lungo a quella chiusa, che non vediamo quella che è stata aperta per noi.
-La miglior specie d'amico è quel tipo con cui puoi stare seduto in un portico e camminarci insieme, senza dire una parola, e quando vai via senti che è come se fosse stata la miglior conversazione mai avuta.
-È vero che non conosciamo ciò che abbiamo prima di perderlo, ma è anche vero che non sappiamo ciò che ci è mancato prima che arrivi.
-Ci vuole solo un minuto per offendere qualcuno, un'ora per piacergli, e un giorno per amarlo, ma ci vuole una vita per dimenticarlo.
-Non cercare le apparenze, possono ingannare.
-Non cercare la salute, anche quella può affievolirsi.


-Cerca qualcuno che ti faccia sorridere perché ci vuole solo un sorriso per far sembrare brillante una giornataccia.
-Trova quello che fa sorridere il tuo cuore.
-Ci sono momenti nella vita in cui qualcuno ti manca così tanto che vorresti proprio tirarlo fuori dai tuoi sogni per abbracciarlo davvero!
-Sogna ciò che ti va; vai dove vuoi; sii ciò che vuoi essere, perché hai solo una vita e una possibilità di fare le cose che vuoi fare.
-Puoi avere abbastanza felicità da renderti dolce, difficoltà a sufficienza da renderti forte, dolore abbastanza da renderti umano, speranza sufficiente a renderti felice.
-Mettiti sempre nei panni degli altri. Se ti senti stretto, probabilmente anche loro si sentono così.
-Le più felici delle persone, non necessariamente hanno il meglio di ogni cosa; soltanto traggono il meglio da ogni cosa che capita sul loro cammino.
-L'amore comincia con un sorriso, cresce con un bacio e finisce con un the.
-Il miglior futuro è basato sul passato dimenticato, non puoi andare bene nella vita prima di lasciare andare i tuoi fallimenti passati e tuoi dolori.
-Quando sei nato, stavi piangendo e tutti intorno a te sorridevano.
Vivi la tua vita in modo che quando morirai, tu sia l'unico che sorride e ognuno intorno a te piange.



Paulo Coelho


martedì 24 gennaio 2006


Mi sono reso conto di aver cominciato a comprare libri che non riesco a leggere. Grave. Fino a pochi anni fa potevo dire a ragion veduta di aver letto tutti i libri che avevo. Ed erano già tanti. Così mi sono ripromesso di fermarmi, di mettere da una parte quelli che non ho letto e di ricominciare a comprarne solo quando li avrò finiti. Chissà se ci riesco, però. alcuni me li regalano, altri...beh spesso dal giornalaio o in libreria, non resisto. :)


 

domenica 22 gennaio 2006

Ho portato al cinema mia madre, era tanto che lo volevo fare. Lei non aveva mai visto una multisala e credo le sia piaciuto. Ed anche a me è piaciuto, non tanto per il film ma per il fatto che sono riuscito a trovare il tempo, per lei, a cui non manca niente ma.. la mia presenza sì, lo sento, a volte, nel rimprovero inespresso dalle parole ma presente nel tono della voce.


****


Mi ero ripromesso di postare ancora qualche poesia di Antonietta e lo faccio


Una cosa non voglio


più lesinare: l'amore.


Io che ne non ne ho


avuto molto dalla vita


so bene quel che dico.


A volte mi vergogno di


camminare percependo


l'indifferenza che mi circonda.



La sera del dì di festa:


      Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t’accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai nè pensi
Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m’affaccio,
E l’antica natura onnipossente,
Che mi fece all’affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne: or da’ trastulli
Prendi riposo; e forse ti rimembra
In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
Piacquero a te: non io, non già ch’io speri,
Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
Quanto a viver mi resti, e qui per terra
Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
In così verde etate! Ahi, per la via
Odo non lunge il solitario canto
Dell’artigian, che riede a tarda notte,
Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
E fieramente mi si stringe il core,
A pensar come tutto al mondo passa,
E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
Il dì festivo, ed al festivo il giorno
Volgar succede, e se ne porta il tempo
Ogni umano accidente. Or dov’è il suono
Di que’ popoli antichi? or dov’è il grido
De’ nostri avi famosi, e il grande impero
Di quella Roma, e l’armi, e il fragorio
Che n’andò per la terra e l’oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
Il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s’aspetta
Bramosamente il dì festivo, or poscia
Ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,
Premea le piume; ed alla tarda notte
Un canto che s’udia per li sentieri
Lontanando morire a poco a poco,
Già similmente mi stringeva il core.


Giacomo Leopardi


giovedì 19 gennaio 2006

Per Antonietta


E' passata a trovarmi R., mi ha portato un libriccino color seppia. "Sono poesie di Antonietta" mi ha detto "eravate amici, leggile". Antonietta è morta un anno fa, dopo una lunga e brutta malattia che l'aveva fatta davvero soffrire. E' vero, eravamo colleghi ed amici e mi aveva scosso sapere che se ne fosse andata così. Dalla vita non aveva avuto molte soddisfazioni ed anche il suo unico amore l'aveva fatta soffrire, anni prima. Però non sapevo che scrivesse versi, non me l'aveva mai detto e a dire il vero ero un po' scettico: ho messo via il libriccino e non ci ho pensato più, preso da altre cose. Ma stasera l'ho visto e mi ci sono soffermato e ci ho trovato dei versi toccanti, che voglio riportare qui, in omaggio a lei ed alla nostra amicizia.


Sei andato via


dimentico,


accartocciando il passato.


io sono rimasta guardiana


di un amore ostinato.


Che sollievo, caro,


che tu non abbia


a vedere la decadenza


del mio corpo,


la pelle che si assottiglia,


le ombre negli occhi.


Consolatorio è tutto questo


nella lontananza.


Per un banale errore ho cancellato l'ultimo post. Mi dispiace: mi piaceva e soprattutto mi piacevano i commenti. Non vale la pena riscriverlo, non sarebbe la stessa cosa. Così imparo a postare dall'ufficio. Non è proprio possibile col viavai di gente che c'è. Ma oggi è il compleanno di mia sorella, volevo lasciare un pensiero per farle gli auguri.


Mi pare ieri il giorno che fece irruzione nella mia vita ed in quella della nostra famiglia, era un urlante omino della michelin e....non fu più la stessa cosa, capricciosa, chiacchierona, adorabile sorella;)  



Auguri, F. Ti voglio bene, A.



sabato 7 gennaio 2006

sono stato un po' di giorni in Egitto. Per me era come un luogo dell'anima, un posto dove desideravo andare da tanti anni. L'ho fatto e ne valeva la pena.Uno dei miei tre  lettori mi ha rimproverato di fare dei post troppo lunghi. E' vero. Per descrivere il "mio" Egitto sono sicuro che scriverei fiumi di parole ma sarebbe solo un "altro" Egitto, dopo le migliaia di descrizioni, da Erodoto in poi. Beh, allora, che dire? Stavolta mi sento in vena di sintesi e scriverò solo quello che scrisse Erodoto, tanti secoli fa. Per il resto...andateci anche voi, se non ci siete mai stati;)


Aigyptos doron tou Nilou



 

giovedì 29 dicembre 2005

 


AIAC NEWS n. 1 (Giugno 1994)


RITROVAMENTO A GUIDONIA DEL GRUPPO SCULTOREO CON LA RAPPRESENTAZIONE DELLA TRIADE CAPITOLINA


Il rinvenimento del gruppo scultoreo con raffigurazione della Triade Capitolina, proveniente dalla tenuta dell'Inviolata nel comune di Guidonia, reso possibile grazie al lungo e rocambolesco lavoro di investigazione, condotto dai Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Artistico, diretto dal Colonnello Roberto Conforti, costituisce se non la più importante, senza dubbio la più sensazionale scoperta avvenuta nel territorio del Lazio negli ultimi anni.
Il gruppo scultoreo è in marmo lunense venato; le divinità sono raffigurate sedute su di un unico sedile cerimoniale con gli attributi canonici: Giove al centro con lo scettro nella sinistra mancante ed il fascio di fulmini nella mano destra; alla sua sinistra è Giunone diademata e velata con scettro nella sinistra e patera nella destra mancante. Alla sua destra è Minerva con elmo corinzio, del tutto simile a Giunone cui si contrappone simmetricamente, che regge con la sinistra l'asta disposta trasversalmente, mentre il braccio destro mancante doveva essere sollevato a sostenere l'elmo nello stesso gesto che vediamo nei medaglioni degli Antonini e nel frontone del tempio di Giove Capitolino che appare sullo sfondo del notissimo rilievo co Marco Aurelio che sacrifica, murato nel primo ripiano di Palazzo dei Conservatori (176 d.C.).
[TRIADE]Tre piccole Vittorie alate acefale (la meglio conservata è quella dietro la testa di Giunone) incoronano le divinità, Giove con una corona di quercia, Giunone di petali di rosa, Minerva di alloro. Ai loro piedi gli animali tradizionalmente sacri: l'aquila, il pavone e la civetta.
La Triade Capitolina di Guidonia ha un grandissimo valore documentario, dal momento che allo stato attuale delle conoscenze, è l'unica testimonianza della Triade che ci sia pervenuta nella quasi totale interezza, costituendo pertanto una fonte preziosa per la ricostruzione del prototipo.
Il gruppo, però più che una copia della Triade che era venerata nel tempio di Giove Capitolino a Roma, è da considerare una variante di buon mestiere, che considerazioni di ordine stilistico inducono a collocare nel periodo tardo antoniniano.
La differenza consiste soprattutto nello spirito che ha ispirato il suo autore, che ha assegnato lo stesso ruolo sul piano devozionale alle tre divinità, sottolineandolo con l'impiego di un unico sedile; questo accorgimento contribuisce a creare un'atmosfera domestica da insiema di famiglia borghese, che non ha riscontro nelle altre copie della Triade provenienti dall'area municipale o provinciale.
Un unico prototipo ha costituito il modello della Triade di Guidonia e di quella che appare nei medaglioni degli Antonini (da Traiano a Marco Aurelio e Lucio Vero), dove Minerva è raffigurata nello stesso gesto di sollevare la visiera dell'elmo, ma dove le tre divinità siedono ancora su troni separati.


Dott.ssa Anna Maria Reggiani
Soprintendente archeologo per il Lazio





Alcune considerazioni sulla Triade Capitolina dell’Inviolata.

 I Romani ebbero una pas­sione sfrenata per la scul­tura, al punto di spen­dere cifre da capogiro, anche superiori a quelle miliardarie che sembra fossero disponibili per la Triade dell'In­violata.

 Plinio il Vecchio, nella sua "Historia Naturalis" raccon­ta che Lucio Lucullo pagò un milione di sesterzi (3 o 4 miliardi) per una statua della Felicitas e che Zenodoro realizzò in Gallia una statua colossale di Mercu­rio per 40 milioni di sesterzi (dai 120 ai 160 miliardi di lire). Si pensi che lo stipendiò base di un legionario era di 100 sester­zi al mese.

 A partire dal II sec. a.C., quan­do fu completata la conquista del Mediterraneo orientale, giun­sero a Roma e in Italia migliaia di statue razziate in Grecia e nei regni ellenistici e poi ancora mi­lioni di tonnellate di marmo pre­giato per costruzioni e decora­zioni. In un periodo in cui il costo di qualsiasi merce dupli­cava ogni cento chilometri di viaggio, per i Romani non era un problema importare marmo dal Portogallo, dall'Africa o dal­le regioni più lontane dell'Asia. Vale a dire migliaia di chilome­tri. Molto probabilmente in pie­na età imperiale il. popolo del­le statue a Roma era più nu­meroso di quello degli uomini.

 Tuttavia occorre dire subito che se sì considera l'arte roma­na nel suo complesso la scultu­ra ne rappresenta una parte as­solutamente non paragonabile a quella avuta dall'architettura, ove i Romani mostrarono un ge­nio creativo originale e gran­dioso.

 Qualche studioso nel passato ha addirittura tentato di negare che ci sia stato uno sviluppo ar­tistico nella scultura romana. 



 


 


  Na­turalmente non è vero e tuttavia simili argomentazioni sì pos­sono comprendere se si considera come   avvenne l'approccio dei Romani con la scultura Gre­ca: in pochissimi anni giunse a Roma indistintamente e con­temporaneamente una quantità enorme di statue dell'epoca arcaica come di quella classi­ca, fino alla contemporanea pro­duzione tardo-ellenistica. Si pen­si quindi all'atteggiamento di una persona digiuna di storia dell'ar­te che entri da sola nei Musei Vaticani e trovi tutte le opere esposte alla rinfusa e prive dì  indicazioni cronologiche.

 Ne derivò, anche nella scultura, quello che è per molti ver­si un tratto caratteristico del Ro­mani: l'eclettismo. In sostanza essi apprezzarono, copiarono ed  adattarono quegli aspetti che erano più confacenti al loro carattere ed alle loro esigenze.

 Così troviamo una originalità romana per lo più nella scultura celebrativa (vedi l'Ara Pacis o la Colonna Traìana) e nella ri­trattistica, esattamente la stessa cosa che accadde per le mo­nete. Chiunque si intenda di numi­smatica sa benissimo che le mo­nete greche sono eccellenti per i! valore artistico, mentre quel­le romane sono di gran lunga più interessanti per il verismo dei ritratti, la ricchezza delle epi­grafi, la straordinaria varietà dei rovesci: una minuziosa enciclo­pedia di tutti gli aspetti della vi­ta politica, sociale, militare, re­ligiosa ed economica, della geo­grafia e dei monumenti e, in so­stanza, un formidabile veicolo di propaganda politica e cultu­rale.

 Questo ci porta ad una con­siderazione ovvia per gli ad­detti ai lavori: gli antichi e spe­cialmente ì Romani non posse­devano l'idea de «l'arte per l'ar­te», che è solo moderna..  Per lo­ro una scultura era importante più per il valore del contenuto o per la funzione decorativa che per i canoni assoluti della bellezza artistica.. Cicerone, ad. esempio, scrive ad Attico di comprargli in Grecia della statue adatte ad un Ginnasio e in un'altra occa­sione sì lamenta con un amico per l'avvenuto acquisto dì Mè­nadi, che non sapeva dove met­tere.

 A Pompei ed Ercolano mol­te sculture sono state ritrovate nella loro collocazione origina­le. Ebbene si può vedere che non era la qualità artistica a de­terminarne la collocazione, ma soltanto il contenuto. Capitava quindi che venissero accostate sculture eccellenti a copie scadenti, solo per l'affi­nità del tema trattato.



 


 


 Nella scultura sacra naturalmente non c'è la sola funzione decorativa. Eppure proprio in essa i Romani si appiattirono maggiormente sull'arte Greca, sia dal punto di vista del contenuto (sincretismo) sia dello stile (classicismo).
Ad ogni modo il risultato finale, quello che per noi oggi è la qua­lità artistica ed espressiva dell'ope­ra, dipendeva sempre e soltanto dalla personalità e dalla ca­pacità di spesa del committen­te.     

 Chi disponeva di pochi soldi doveva accontentarsi, per il suo altare, la sua casa o la sua tom­ba, di sculture che trovava già pronte nelle fabbriche in gran numero di copie tirate giù affrettatamente e facilmente adat­tabili, con piccoli ritocchi del momento, alla sua bisogna. Chi invece disponeva di molto dena­ro contattava la migliore offici­na, si sceglieva l'artista o gli artisti migliori (spesso il lavoro era di gruppo), esponeva la sua richiesta, probabilmente paga­va un congruo anticipo e, a la­voro finito, un conto salatissimo per un'opera generalmente di buona qualità.

 E questo anche nel III secolo inoltrato, come dimostrano ope­re di altissimo livello sicuramente databili quali il sarcofago cosid­detto di Ostiliano della ex Col­lezione Ludovisi (251 d.C.) o l'ancor più tardo ritratto di Gallieno o la nostra Triade che sicu­ramente è stata commissionata per un'occasione ed uno scopo ben precisi dal Dominus dell'In­violata.

 Chiarisco di non avere l'in­tenzione e nemmeno la capa­cità dì fare qui un trattato sulla scultura romana. Il mio scopo è invece quello di arrivare ad una ipotesi di lavoro per far emer­gere la figura del Committente della Triade, cercando di in­quadrare il contesto storico in cui l'opera fu voluta e realizza­ta.

 Prima di passare al commit­tente, è necessario fare un cen­no alla figura dell'artista.. Pro­babilmente non sapremo mai il suo nome. Abbiamo visto qua­li spese folli fossero capaci di so­stenere i Romani per le statue. Saremmo allora tentati di cre­dere che uguale considerazione fosse riservata a coloro che le scolpivano. Invece generalmente non è cosi. Gli storici ed i let­terati romani hanno citato spes­so i grandi scultori greci, men­tre citano pochissimo gli scul­tori che hanno operato a Ro­ma, molti dei quali erano sicu­ramente greci.

 Nessuno ci ha tramandato il nome di chi ha scolpito l'Ara Pacis di Augusto o la Colonna Traiana o di chi ha realizzato i! Mar­co Aurelio ed è un vero pecca­to perché queste opere appar­tengono a pieno titolo alla Sto­ria dell'arte universale. Il fatto è che la scultura veniva conside­rata un lavoro manuale e quin­di poco nobile. Di conseguen­za lo scultore per i romani era poco più che un semplice arti­giano. Così, al solito, si dava il massimo risalto alla figura del committente ed al soggetto trat­tato, mentre il nome dello scul­tore era destinato all'oblio.

 Gli scultori erano invece consapevoli del loro valore e qualche, volta apponevano timidamente la lo­ro firma sull'opera.. I committenti, d'altro canto non gradivano nemmeno questo e nel II sec. d.C. fu persino proi­bito di menzionare sulle statue nomi diversi da quello dell'imperatore o di chi avesse finanziato l'opera. A volte però lo scultore ha la sua rivincita. quan­do, committente di se stesso scolpisce il proprio monumento funebre, si rap­presenta intento all'opra e parla del suo lavoro con evidente orgoglio.

 Questo preambolo è necessario per introdurre alcune considerazioni di ca­rattere storico e numismatico che a mio avviso potrebbero avvalorare un'ipo­tesi di individuazione: dell'occasione storica in cui venne realizzata la Tria­de e quindi della persona o della fa­miglia che la commissionò. Il fatto è che dal giorno in cui sono  stato invitato alla conferenza stampa  sulla Triade ritrovata non ho fatto che  pensare ad essa, o meglio, alla persona, al Dominus, che quasi diciotto secoli or sono la fece scolpire, la portò, nella sua splendida villa e le celebrò  i sacrifici, da solo o al cospetto di fami­liari, servi e clientes, molti dei quali in realtà potevano già essere Cristiani. Naturalmente queste osservazioni po­trebbero non essere significative ma io spero che esse contribuiscano in ogni caso a tener viva l'attenzione sul problema, serio, del nostro patrimonio archeologico.

 Non mi dilungherò sull'opera che è stata descritta da molti. Il tempo e la terra le hanno dato una patina bellissima ed un fascino incredibile. Il professor Federico Zeri l'ha autorevol­mente datata alla I metà del III secolod.C. Il fatto che Giove; Giunone e Mi­nerva siano seduti su di un unico trono già esclude che possa trattarsi di una fedele riproduzione della Triade del Tempio di Giove sul Campidoglio ove ciascuna divinità aveva la sua cel­la ed il suo scranno.

 Questa differenza, sostanziale, già rilevata da Umberto Milizia proprio su Hinterland può essere accompagnata da altre osservazioni. Tutte le raffigurazioni note della Triade, sia stante che seduta, sembrano più so­brie: non vi sono gli uccelli sacri e nemmeno gli ulteriori elementi simbolici sulla testa degli dei (al momento poco  leggibili).

 Un particolare curioso di questa Tria­de sono le calzature di Minerva: sem­brano strane pantofole, mentre Giove e Giunone hanno i classici calzari. Dall'insieme, pur nell'impostazione classicistica, traspira un gusto vaga­mente orientale.

 È stato detto, a ragione, che i! com­mittente di questa opera, certamente non decorativa, doveva essere un per­sonaggio di altissimo rango, sicura­mente un uomo con funzioni pubbli­che, forse membro di una famiglia im­periale. Sarà allora utile rifarsi al pe­riodo storico in cui l'opera fu realizza­ta, di sicuro la prima metà del III secolo d.C.

 Nella I metà del III seco­lo cresceva inarrestabile la religione cristiana, che però solo più tardi riuscì a soppiantare un altro importante cul­to, quello, diffusissimo, del dio Sole e di Mitra e giova osservare che il Cri­stianesimo vinse definitivamente solo quando Gesù Cristo assunse per mol­ti versi i connotati sia di Mitra che del Dio Sole, compresa la celebrazione del Natale. Ma questo meriterebbe una trattazione a parte e ci porterebbe lon­tano.

 E i nostri antichi dei dell'Olimpo ro­mano, allora, chi li venerava più nel III secolo?

 Chi spese tanti sesterzi per far scolpire e portare all'Inviolata uri grup­po marmoreo di tal genere? Natural­mente una persona legata al potere, sacro e profano, che la Triade rappresentava, ma non necessariamen­te un membro delle antiche famiglie patrizie. Sappiamo bene che in piena decadenza dell'Impero romano quelli che ne subivano di più il fascino e le tradizioni erano coloro che o ne sta­vano fuori o che da poco ne erano en­trati a far parte.

 Basti pensare a ciò che scrisse su Ro­ma Sidonio Apollinare, quando ormai Roma era in piena decadenza o agli straordinari festeggiamenti che Marco Giulio Filippo organizzò per celebrare i mille anni della fondazione dì Roma, nell'anno del Signore 248.



 Filippo era nativo dell'Arabia: Edward Gibbon, che attinge alla Historìa Au­gusta e a Porfirio, nella sua opera“History of the declin an fall of the Roman Empire” scrive che in gioventù era stato un predone. Fece una car­riera incredibile, fino a diventare Pre­fetto del Pretorio sotto Gordiano III. Morto Gordiano fu acclamato impe­ratore dai soldati nel marzo del 244.
Il 21 aprile del 248 Filippo inaugurò a Roma i ludi secolari, che prima di lui erano stati celebrati solo da Augusto, Claudio, Domiziano e Settimio Seve­ro e che coincidevano con i mille an­ni dell'Urbe. Gli spettacoli ed i riti furono di una magnificenza abbaglian­te: gli antichi dei vennero propiziati erivissero in tutto il foro potente splen­dore.

 L'impero era ancora grande e forse tutti si illusero che niente fosse cam­biato. Ma la potenza e Io spirito ro­mano non c'erano più. Filippo non era né Augusto né Traiano e gli antichi dei erano forse stanchi, dopo mille anni. Ecco - mi si perdoni la presunzione - ma io assocerei la Triade dell'Inviola­ta proprio alla figura di Marco Giulio Filippo detto l'Arabo o alla sua famiglia e dirò il perché:

 1) la tecnica e lo stile coincidono con l'epoca ed anche se molti propongo­no una datazione più antica, tra i! 200 ed il 225; non dimentichiamo che si tratta di un'opera di carattere sacro sulla quale classicismo e tradizione deb­bono aver influito moltissimo;

 2) l'abbondanza di elementi simboli­ci (e le scarpe di Minerva) fanno pen­sare all'Oriente e Filippo era Arabo;

 3) dicevo del fascino di Roma sugli stranieri e i parvenus e Filippo era en­trambe le cose;

 4) la Triade come religione dei po­tenti di Stato e Filippo era l'Imperato­re, l'uomo più potente;

 5) i «Ludi saeculares» del Millenario celebrati per esaltare e far rivivere le antiche tradizioni e gli antichi dei. Qua­le migliore occasione per commissio­nare la Triade da parte di Filippo o di qualcuno a lui vicinissimo?

 6) la numismatica: dopo Settimio Se­vero soltanto la famiglia di Filippo l'Ara­bo ha contemporaneamente, nelle emissioni monetarie, la raffigurazione di Giove, Giunone e Minerva, anche se mai insieme. Tra Severo e Filippo nessun Imperatore ricorda Minerva nel­le monete e dopo Filippo bisogna ar­rivare a Gallieno per ritrovarla anco­ra. Inoltre, se la memoria non ingan­na, Filippo l'Arabo è l'ultimo impera­tore che sulle monete ha il titolo di Pon­tefice Massimo, carica che notoria­mente rappresentava la congiunzione tra potere religioso e potere tempo­rale;

 7) il luogo. Francesco Cerasoli, sto­rico locale, nella sua opera Ricerche storiche sul Comune di Montecelio (Roma, 1890), scrive che nel territo­rio di Montecelio si trovano i ruderi dì una villa che fu di Filippo Arabo. Per la verità la situa presso la Selva e cioè verso Palombara Sabina. Oltre a ciò nel 1890 l'Inviolata non era co­mune di Montecelio. Il Cerasoli non cita la sua fonte ed io questa notizia non l'ho trovata da nessuna altra par­te. Però non dimentichiamo che l'In­violata si trova lungo l'antica strada per Montecelio.

 In conclusione vorrei dire che natu­ralmente considero queste riflessioni come un'ipotesi, che personalmente sembra affascinante, ma nulla più. Ho presentato degli indizi ma ora ci vogliono i ri­scontri. Confido molto negli scavi che la Soprintendenza farà all'Inviolata. Mi piace pensare che la dottoressa Anna Maria Reggiani oltre che graziosa e preparata sia anche fortunata.

 E quale maggior fortuna per l'ar­cheologia e per la storia se dal sacello dell'Inviolata tornasse alla luce un' epigrafe dedicatoria della Triade? E ma­gari quel nome... MARCVS  IVLIVS PHILIPPVS…


Caio

 NdA: questo articolo è stato pubblicato sul settimanale “Hinterland” nel 1994. Alcuni anni dopo, nel corso degli scavi effettuati dalla Soprintendenza Archeologica del Lazio sul sito del ritrovamento della “Triade Capitolina dell’Inviolata” è stata rinvenuta una testa marmorea…di Filippo, figlio di Marco Giulio Filippo. Quando si dicono le coincidenze…

 



 



 


 


 


 



 


 


 


 



 


 


 


 



 


 


 


 



 


 


 


 



 


 


 


 



 


 


 


 



 


 


 


 



 


 


 


 



 


 


 


 



 


 


 


 



 


 


 


 



 


 


 


 



 


 


 


 



 


 


 


 



 


 


 


 



 


 


 


 



 


 


 


 



 


 


 


 



 


 


 


  


 


 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 


 


 



 



 


 


 


 


 



 



 


 


 


 


 



 



 


 


 


 


 





 



 


 


 


 


 


lunedì 26 dicembre 2005

E' stata una giornata strana, oggi. Ho fatto quel che volevo fare da tanto tempo: dormire 12 ore di fila, un sonno senza sogni che un po' mi ha ritemprato, un po' mi ha lasciato addosso una sensazione indefinibile...quasi di sospensione, chissà. Il tempo è brutto, piove, fa freddo, il tempo ideale per starsene dentro a leggere un buon libro. Però voglio approfittare di questo mio spazio per ringraziare tutti quelli che mi hanno fatto gli auguri, ad alcuni dei quali non ho nemmeno risposto. Lo faccio qui, meglio tardi che mai, no? Quest'anno per me è volato, più in fretta di qualsiasi altro della mia vita, tante sono state le cose che mi sono accadute, tanti i problemi che ho dovuto affrontare e, per fortuna, ho potuto risolvere. Inevitabilmente qualcosa, qualcuno, ho trascurato e di questo mi scuso, pur non potendo promettere nulla per l'avvenire. L'avvenire...è in mano al destino, chissà. Da gennaio ci saranno cambiamenti, anche nel lavoro. Torno ad occuparmi di scuole e di cultura e questo mi piace, è stato il mio lavoro per 20 anni fino al 2002 ma anche di commercio, che è materia quasi del tutto nuova per me e mi impegnerà parecchio, almeno per i primi tempi. E poi ci sono i servizi sociali: nessuno li vuole e quindi, volente o nolente, me li devo tenere, eh. Ed è il 35° anno di lavoro...mi pare ieri, quel 23 settembre del 71, quando cominciai, così, per pagarmi gli studi. Un tavolo in un angolo dell'archivio, nei sotterranei, senza luce del sole, un timbro di gomma, un tampone d'inchiostro e 11.000 fogli del Censimento da timbrare, ogni foglio 5 timbri hehehe, altro che Fantozzi;)


vabbeh, insomma non lasciamoci prendere dai ricordi, il bello, deve ancora venire:)



AUGURI, CAIO

venerdì 23 dicembre 2005

Amici che passate per questo sito


conosciuti o sconosciuti


vi rivolgo un saluto


ed un augurio:


siate felici.


Caio